Due mondi si incontrano, si guardano, si fraintendono. Da una parte i muziki di Obrucánovo, contadini poveri e diffidenti, abituati a lavorare la terra e a temere i padroni. Dall'altra l'ingegnere Kuceróv, costruttore di un ponte imponente, e sua moglie Eléna Ivánovna, donna colta e malinconica, che sogna di vivere in armonia con il villaggio. Tra loro si frappone una distanza che nessun ponte potrà mai colmare: la distanza tra due culture, due lingue, due modi di intendere la vita. Il ponte e la dacia presenta la nuova traduzione italiana di La dacia nuova (1899), uno dei racconti più densi e politicamente sottili di Antón Cechov, accompagnata da una postfazione che ne esplora le implicazioni traduttologiche e culturali. La vicenda è semplice, quasi scarna, come nello stile maturo di Cechov. L'ingegnere Kuceróv costruisce un ponte ferroviario nei pressi del villaggio di Obrucánovo. La sua presenza, dapprima tollerata con curiosità, diventa presto motivo di attrito: il bestiame dei contadini invade il giardino della nuova tenuta, i cavalli e il torello dell'ingegnere vengono sequestrati come risarcimento per i danni subiti, le promesse di aiuto e di scuola si scontrano con la sfiducia e l'orgoglio ferito dei muziki. Eléna Ivánovna cerca con tutte le sue forze di stabilire un dialogo, distribuisce denaro, parla con le donne, accarezza i bambini, ma ogni suo gesto viene interpretato come debolezza, come elemosina, come intrusione. E quando la famiglia dell'ingegnere decide di andarsene, il villaggio rimane solo con la sua povertà e con una domanda senza risposta: perché non siamo riusciti ad andare d'accordo? Cechov non prende partito. Non ci sono buoni e cattivi, non ci sono colpevoli e vittime. Ci sono due mondi che non riescono a parlarsi, due sistemi di valori che si sfiorano senza comprendersi. I muziki non sono solo ignoranti e superstiziosi: sono anche dignitosi, diffidenti, consapevoli della propria condizione. L'ingegnere e sua moglie non sono solo ricchi e potenti: sono anche fragili, soli, malati, incompresi. E il ponte, che dovrebbe unire, in realtà separa: è il simbolo di una modernità che arriva senza chiedere permesso, di un progresso che non tiene conto delle persone che lo abitano. Il racconto è costruito su una serie di contrapposizioni che Cechov rende visibili attraverso i dettagli: il carro sporco di letame di Rodión contro la carrozza trainata dai pony bianchi; l'izbà affollata di bambini contro la casa a due piani con la terrazza e la bandiera; il linguaggio spezzato, paratattico, dei contadini contro la lingua forbita e gentile di Eléna Ivánovna. Ma la vera contrapposizione è più profonda: è quella tra una cultura orale, contadina, legata alla terra e alla tradizione, e una cultura scritta, urbana, industriale, che pretende di portare il progresso senza capire il prezzo che esso comporta. La postfazione che accompagna il testo mette in luce proprio questo aspetto. La traduzione, curata da un gruppo di giovani traduttrici e traduttori sotto la guida di Bruno Osimo, non si limita a rendere il russo in italiano: si interroga sulle scelte, sulle perdite, sulle impossibilità. La lingua di Cechov è semplice, trasparente, quasi trasparente; ma dietro quella semplicità si nasconde una complessità che solo una lettura attenta può rivelare. Il racconto è un esempio perfetto di quella che Osimo chiama «intraducibilità culturale»: non è solo questione di parole, è questione di mondi. Il volume fa parte della serie Semiotica, che comprende opere di Peirce, Lotman, Torop e altri protagonisti delle scienze umane. La scelta di pubblicare un racconto di Cechov in questa collana non è casuale: Cechov è, a suo modo, un semiotico ante litteram, un autore che studia i segni, i gesti, le parole non dette, i silenzi che separano gli esseri umani. E La dacia nuova è forse il suo racconto più esplicitamente dedicato al tema della comunicazione impossibile, del confine che unisce e divide, della traduzione come atto necessario e sempre imperfetto. Perché leggere questo libro
- Per riscoprire un racconto poco noto di Cechov, nella nuova traduzione italiana curata da Bruno Osimo.
- Per capire come la letteratura possa illuminare i meccanismi profondi della comunicazione e dell'incomprensione culturale.
- Per riflettere sul rapporto tra traduzione, cultura e potere.
- Per chi studia letteratura russa, semiotica, traduzione, scienze della cultura.
- Per chi ha amato Il testo che pensa di Lotman e La mente come traduzione di Peirce: questo volume completa il trittico dedicato ai confini del senso.
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Nella cultura russa di fine Ottocento non esiste una parola precisa per significare «uomo», «donna». La società è talmente ancora scissa nelle due classi che esistevano ai tempi della servitù della gleba, che per «uomo» abbiamo due parole, bàrin e muz¿ìk, e per «donna» bàrynâ e baba. In questo racconto si mettono in risalto i problemi di traducibilità culturale esistenti tra queste due classi, che solo apparentemente parlano la stessa lingua. Non a caso il ricco a un certo punto si rivolge ai poveri dicendo: «Noi vi trattiamo come persone», fatto nuovo e insolito, che è quello che genera tutta l'incomprensione.